venerdì 8 maggio 2020

Caccia F-35, come prima, peggio di prima

dalle pagina https://ilmanifesto.it/caccia-f-35-come-prima-peggio-di-prima/



A Taranto non si fanno mancare nulla. Non solo c’è l’impresa Ilva che riproduce lavoro e inquinamento mortale. Nelle prime ore di giovedì scorso la mastodontica portaerei Cavour si è riposizionata con abili manovre per riguadagnare il suo posto d’ormeggio nella Nuova Stazione Mar Grande, per prepararsi a solcare l’oceano Atlantico e raggiungere così gli Stati uniti per caricare lì i cacciabombardieri F35 modello B.

Con gran vanto di Fincantieri, Arsenale Militare Marittimo e Ministero della Difesa, perché si è trattato per due anni di riadattare ponte di volo, hangar, locali tecnici, capacità di imbarco dell’avio-combustibile, strumentazione elettronica. Gran vanto, anche perché a questo punto la Marina Militare italiana, con la Us Navy e la Royal Navy britannico saranno le uniche Marine al mondo in grado di dispiegare portaerei che permettono decollo e atterraggio ai micidiali F35.

A questo punto dunque è chiaro che, per quel che riguarda l’«eccellenza italiana» della produzione di armi per le guerre – i trafficanti di morte che non smette di denunciare, inascoltato è dir poco, papa Francesco – e l’«innovazione degli F35», tanto cara al nuovo direttore de la Repubblica Maurizio Molinari, non solo non cambia nulla ma tutto continua come prima e anzi peggio di prima.

Intanto la portaerei stessa non è proprio un sistema di difesa conforme al dettato costituzionale, visto che trasporterà armi d’offesa in giro per i mari del mondo, ben oltre i confini nazionali.

Ma soprattutto i cacciabombardieri F35 sono un’arma d’offesa, progettati per il first strike, vale a dire per sparare per primi, con capacità perfino di montare ogive nucleari. Ma non eravamo nell’epoca degli interessi comuni e pubblici derivati dal disastro provocato dalla pandemia di Covid 19 che, tutt’altro che debellata, nel mondo sta mietendo centinaia di migliaia di vite umane? La domanda allora diventa spontanea: quanto ci costa quest’avventura?

Ecco la risposta: ogni F35 costa poco più di 100 milioni di euro (156 milioni era quello dei prototipi iniziali), tanto siamo costretti a pagare per il nuovo modello B, il più costoso perché permette il decollo corto e l’atterraggio verticale; ma è un costo approssimato perché si tratta di un «affare» che è un pozzo senza fondo. Una volta comprato deve continuamente essere aggiornato con nuovi sistemi d’arma e sistemi elettronici in mano al committente Usa. Un aggravio pesantissimo per un Paese atlantico come l’Italia la cui spesa militare complessiva ha superato ormai i 70 milioni di euro al giorno.

Ci si chiede: ma quanti reparti di terapia intensiva, quanti respiratori polmonari, quanti sistemi scolastici video-integrati potremmo comprare con la cifra destinata invece da questo governo, come dai governi precedenti, allo sventurato «affare» degli F35B? La Protezione civile, costretta alla sottoscrizione tra i cittadini volenterosi, può fare il calcolo, per favore?

Ora che la corsa folle della Fase 2 si avvia con dichiarazioni improbabili sulle garanzie di sicurezza, forse su questa vergogna una voce di sinistra – dentro, fuori e contro il governo – almeno dovrebbe levarsi. Insieme alla protesta.

Mentre è probabile che ci stiamo preparando solo ad uno sventolio di bandierine tricolori di un popolo festante magari munito dal Ministero della Difesa di mascherine con sopra l’effige d’«eccellenza» degli F35.

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dalla pagina https://ilmanifesto.it/gli-f35-hanno-la-loro-portaerei-la-cavour-modificata-per-latterraggio/

Gli F35 hanno la loro portaerei La Cavour modificata per l’atterraggio


Taranto. Prevista la partenza per gli Usa per una serie di test con i nuovi caccia

Mercoledì la portaerei Cavour, fiore all’occhiello della Marina militare italiana, ha lasciato la rada del mar Piccolo di Taranto dopo una lunga sosta di manutenzioni all’Arsenale Militare durata oltre un anno, per tornare al suo posto di ormeggio nella stazione navale Mar Grande.

Il passaggio nel canale navigabile, attraverso l’apertura del ponte girevole che collega la città vecchia di Taranto alla città nuova, è avvenuto all’alba onde evitare gli assembramenti che puntualmente si verificano quando avviene il transito di navi militari, che per molti tarantini è ancora oggi un appuntamento dal grande fascino. A dimostrazione che Taranto, prima ancora che essere la città dell’Ilva, è da oltre due secoli la base strategica della Marina Militare italiana nel Mediterraneo, oltre che una città avamposto della Nato.

Giunta nel dicembre del 2018, lo scorso novembre la Cavour è uscita dal bacino di carenaggio «Edgardo Ferrati» dell’Arsenale di Taranto, dopo aver ultimato i lavori di carenaggio iniziati lo scorso luglio. Sulla portaerei sono stati effettuati lavori di ammodernamento e ristrutturazione, tra cui il carenamento periodico oltre alla metallizzazione del ponte di volo per contenere gli impatti termodinamici degli F35B. I lavori allo scafo sono stati svolti attraverso l’applicazione di un ciclo di pitturazione all’avanguardia per tutelare il più possibile l’ambiente marino.

Il tutto per una commessa da 90 milioni di euro, che ha visto impegnato le principali industrie nazionali in ambito navale militare, Fincantieri e Leonardo, in collaborazione con Sican e Cnt, due consorzi pugliesi, oltre a ditte dell’indotto della piccola-media impresa tarantina ed alle maestranze arsenalizie.

Terminate le attività manutentive, la portaerei adesso affronterà un periodo di addestramento propedeutico alla successiva partenza per gli Stati uniti, dove condurrà alcuni test con gli F35B a bordo. Di fatto dunque, se da un lato questa commessa ha permesso di far lavorare molti lavoratori, dall’altro ha dotato la Cavour della possibilità di ospitare degli strumenti di guerra e di morte come i nuovi F35B. Con l’ingresso in linea dei nuovi velivoli infatti, la Marina Militare, la US Navy e la Royal Navy britannica saranno le uniche marine al mondo a disporre di portaerei in grado di operare con i velivoli F35. Che nei mesi scorsi hanno creato un incidente diplomatico tra l’Aeronautica che avrà in dotazione gli F35A e la stessa Marina, sul numero di aerei da possedere.

Ma l’investimento del ministero della Difesa non finisce qui. Oltre ai 14 miliardi di euro spesi per acquistare gli F35, nei mesi scorsi la Difesa ha appaltato per 91 milioni di euro all’impresa Matarrese spa di Bari, la ristrutturazione dell’aerobase di Ghedi in Lombardia, per accogliere gli aerei di nuova generazione, il cui arrivo è previsto pronto per luglio 2022. Secondo il report della Camera dello scorso gennaio, entro il 2022 l’Italia disporrà di 28 aerei F35, rispetto ai 90 acquistati lo scorso anno.


domenica 3 maggio 2020

Le armi nucleari in Italia: Aviano e Ghedi

In Italia le armi nucleari USA (B61) sono ad Aviano e Ghedi, dove, prima o poi, arriveranno le nuove B61-12.
Sarebbe interessante sapere se ci sono dei lavori di sistemazione di tali depositi in vista dell'arrivo delle nuove B61-12 ...
Se hai info, facci sapere. Grazie.

Aumentano le spese militari mentre i bilanci sanitari restano insufficienti

dalla pagina https://www.azionenonviolenta.it/aumentano-le-spese-militari-mentre-i-bilanci-sanitari-restano-insufficienti/

Le proposte della società civile internazionale per spostare risorse da costi armati (riducendo la spesa del 10%) a investimenti sociali. In Italia Rete Disarmo, Rete della Pace e Sbilanciamoci chiedono la moratoria di un anno sull’acquisto di nuovi armamenti.
Culminano oggi con iniziative e conferenze stampa in tutto il mondo (Seoul, Sydney, Berlino, Roma, Barcellona, Washington, Buenos Aires, Rosario, Montevideo alcune tra le città confermate) le “Giornate Globali di azione sulle spese militari” coordinate dalla Global Campaign on Military Spending (GCOMS). Una Campagna promossa dall’International Peace Bureau (IPB) e rilanciata nel nostro Paese da Rete Italiana per il Disarmo con Rete della Pace e Sbilanciamoci per ribadire quanto sia urgente spostare i fondi dai bilanci militari verso altri obiettivi, quali la lotta contro il Covid-19 e il rimedio ad altre crisi sociali e ambientali.
Una mobilitazione quest’anno caratterizzata da azioni di natura “virtuale” (campagna selfie, diffusione di dati e analisi, rilancio di proposte politiche) che chiede a nome delle popolazioni di tutto il mondo che si ponga fine alla pandemia delle spese militari.
Le armi e gli eserciti non ci garantiranno maggiore sicurezza. Anzi, renderanno sempre più catastrofiche le conseguenze dei conflitti attualmente in corso e quelli futuri. Dobbiamo invece dedicare le nostre energie a costruire dialogo, iniziative di diplomazia, politiche di sicurezza comune. E ciò è particolarmente evidente nella lotta contro il Covid-19, una minaccia non militare che potrà essere risolta solo con la cooperazione globale.
“Nel 2019 gli investimenti per armi ed eserciti sono cresciuti ancora a livello globale. IPB insieme ai propri partner nella GCOMS rilancia l’appello a ridurre queste spese almeno del 10% annuale – sottolinea Lisa Clark, co-presidente internazionale di IPB e vicepresidente di Beati i Costruttori di Pace – I fondi così risparmiati devono essere spostati verso la realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile Agenda 2030 delle Nazioni Unite. E’ una esigenza ormai imprescindibile”.
In questi tempi di pandemia, con il Covid-19 che rischia di travolgere i sistemi sanitari di tutto il mondo, l’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Stoccolma SIPRI ha reso pubblici i dati aggiornati sulle spese militari riferiti al 2019 registrando un aumento del 3,6% rispetto al 2018 con una cifra record di 1.917 miliardi di dollari, e cioè 259 dollari per ogni abitante del pianeta (vedi scheda allegata per ulteriori dettagli).
Tale aumento mostra che il mondo è travolto da una corsa agli armamenti a beneficio di pochi, che rischia di condurci alla catastrofe globale. E’ indice inoltre dell’enorme potere delle industrie del settore difesa, in particolare in Europa, in America del nord, in Asia e Oceania. Il solo bilancio militare della NATO arriva a 1.035 miliardi di dollari, cioè il 54% della spesa militare globale. Nel Medio Oriente, l’unica regione in cui le spese militari siano diminuite, le conseguenze tragiche dei conflitti militarizzati sono evidentissime.
“Tutto questo avviene mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità, con tutti i suoi limiti l’unico tentativo globale e concertato di rispondere alle crisi di natura medico-sanitaria, ha un bilancio biennale di circa 4,5 miliardi di dollari per la maggior parte contributi volontari di Stati e privati”, sottolinea Giulio Marcon portavoce di Sbilanciamoci. “Stiamo parlando di una cifra che annualmente è solo lo 0,11% di quanto i Governi spendono globalmente per il settore militare”.
“Un altro paragone possibile è con l’investimento nell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) dei Paesi industrializzati che è pari a 152,8 miliardi di dollari, equivalenti allo 0,30% del loro PIL e meno dell’8% della spesa militare – aggiunge Sergio Bassoli della segreteria di Rete della Pace – Un dato significativo che denuncia dove stia il vero interesse ed investimento da parte dei Governi (nell’industria militare e nelle guerre) in totale contraddizione con gli impegni sottoscritti per l’Agenda 2030”.
La situazione è del tutto simile anche in Italia, con una stima (elaborata dall’Osservatorio Mil€x, in allegato scheda con i dettagli) complessiva di spesa militare prevista per il 2020 in circa 26,3 miliardi di euro con crescita di oltre il 6% (quasi un miliardo e mezzo in più) rispetto al comparabile bilancio preventivo 2019. “E questi sono solo i numeri delle previsioni di partenza – sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – perché nei bilanci consuntivi si verifica una spesa effettiva decisamente superiore. Va sottolineato poi che nella previsione per il 2020 quasi 5,9 miliardi di euro sono destinati all’acquisto di nuovi sistemi d’arma”.
Questi dati e considerazioni spingono Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci! e Rete della Pace ad una presa di posizione congiunta, con l’obiettivo di recuperare fondi utili per la fase di uscita dalla crisi provocata dalla pandemia di Covid-19 e per iniziare un vero processo di spostamento di risorse dalle spese militari a settori più utili per la società.
La proposta che intendiamo avanzare al Governo e al Parlamento è chiara e netta: una moratoria di un anno per il 2021 su tutti gli acquisti di natura militare per nuovi sistemi d’arma. Se non è forse ipotizzabile fermare i programmi che sono già stati finanziati e decisi con la Legge di Bilancio votata a fine 2019 è invece sicuramente possibile intervenire sulle prossime decisioni di budget dello Stato. Quello che chiediamo è dunque concretamente realizzabile: azzerare completamente per un anno i fondi per nuove armi allocati sia presso il Ministero della Difesa che presso il Ministero dello Sviluppo economico e non dare avvio alla cosiddetta “Legge Terrestre” richiesta dall’Esercito. Complessivamente si tratterebbe di più di 6 miliardi di euro risparmiati che potrebbero essere immediatamente riconvertiti e investiti per gli interventi di riorganizzazione scolastica post Covid-19 e per acquisto di strumentazione medica al fine di aumentare i posti letto, soprattutto quelli di terapia intensiva. Una scelta semplice e in un certo senso anche naturale, con fondi già previsti e per i quali ci sarebbe solo un cambio di destinazione da investimento negativo e non utile a investimenti fondamentali per il futuro dell’Italia.
Chiederemo a tutte le forze politiche, al Governo, al Parlamento di avere per una volta il coraggio di mettere le necessità reali dei cittadini italiani davanti agli interessi militari e dell’industria delle armi.

sabato 2 maggio 2020

Meno armi, più ospedali

dalla pagina https://sbilanciamoci.info/meno-armi-piu-ospedali/


29 Aprile 2020 Sezione: Campagna Sbilanciamoci!CommentiEditoriale
Nel 2019 sono stati spesi nel mondo quasi 2mila miliardi di dollari in armi, mentre il bilancio dell’Oms è di poco più di due. In Italia aumentano le spese militari e, nel pieno dell’emergenza Covid-19, si conferma il programma d’acquisto degli F-35 ed è in arrivo una legge da 6 miliardi di euro in armamenti.
Il nuovo Rapporto annuale del SIPRI, il prestigioso istituto svedese di ricerca sulla pace e il disarmo, ci dice che nel 2019 sono stati spesi 1.917 miliardi di dollari per le armi e la difesa. Nello stesso tempo il bilancio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) è di poco superiore ai due miliardi di dollari, lo 0,11% di quanto si spende per le armi.
Si è paragonata – sbagliando – la pandemia del coronavirus a una guerra. Sta di fatto che per le guerre vere o inesistenti si spendono migliaia di miliardi di dollari e per difenderci a livello globale da una pandemia che sta causando centinaia di migliaia di morti si danno all’organismo globale che dovrebbe coordinarci e intervenire solo le briciole. Il bilancio dell’Oms è basato su contributi volontari e in parte sono privati: il secondo finanziatore dell’Organizzazione è la Fondazione Bill e Melinda Gates.
Intanto, che cosa fa il governo del nostro paese? Con il decreto Cura Italia sta mettendo un po’ di risorse sulla sanità, ma dal 2008 gli esecutivi che si sono succeduti in questi anni hanno definanziato il servizio sanitario nazionale. Lo certifica in queste ore l’Istat. Negli stessi anni sono aumentate le spese militari.
Nella conferenza stampa online tenutasi il 27 aprile scorso, Sbilanciamoci!, la Rete Disarmo e la Rete della Pace hanno chiesto al governo di bloccare l’imminente “legge terrestre” (6 miliardi di euro per carri armati, blindo, ecc.) e di fermare gli ulteriori investimenti per gli F-35. Il Movimento 5 Stelle ha ripreso la proposta e una cinquantina di parlamentari si sono attivati in questa direzione.
Il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini e il PD hanno fatto muro, sbandierando “accordi internazionali vincolanti” (non è vero) e inesistenti “penali” se si dovesse fermare il programma dei cacciabombardieri. E nei provvedimenti di queste settimane – mentre gran parte delle aziende si sono dovute fermare – si è consentito alle aziende militari di continuare a produrre, senza che fossero produzioni essenziali o strategiche. Anche durante un’emergenza così grave le scelte del governo sono piegate agli interessi dell’industria bellica.
Non sarebbe ora di invertire le scelte? Come propone Sbilanciamoci!, da tempo possiamo recuperare almeno dieci miliardi di risorse dalla riduzione delle spese militari e dei nuovi sistemi d’arma. Come viene scritto nel documento-appello In salute, giusta, sostenibile. L’Italia che vogliamo, le spese per la difesa non devono superare l’1% del Pil.
Si deve bloccare il programma F-35, evitando di spendere altri 12 miliardi nei prossimi anni. Si deve fermare una legge che ci farebbe spendere 6 miliardi di euro in carri armati e mitragliatrici. Oggi le urgenze sono quelle di un servizio sanitario nazionale pubblico che funzioni, di un welfare che dia diritti a tutti, di una scuola che non cada a pezzi. Queste sono le vere priorità del paese.

mercoledì 29 aprile 2020

Spese militari italiane in forte crescita: superati i 26 miliardi di euro su base annua

dalla pagina http://www.milex.org/2020/04/27/spese-militari-italiane-in-forte-crescita-superati-i-26-miliardi-di-euro-su-base-annua/


L’aumento è del 6,4% con incremento di oltre 1,5 miliardi di euro rispetto al 2019
Nota metodologica
Questa scheda elaborata dall’Osservatorio Mil€x sulla spesa militare italiana intende fornire la valutazione più precisa e approfondita possibile degli investimenti militari dello Stato italiano nel 2020 con la documentazione attualmente a disposizione.
Risulta doverosa una premessa di natura metodologica riguardante le spese militari in generale e quelle relative all’Italia in particolare. Valutare in maniera compiuta la spesa militare è un compito arduo, perché mentre alcuni costi sono evidentemente di questa natura per altri è più difficile andare a stabilire precisamente che tipo di funzione abbiano all’interno dell’apparato statale.
Come criterio scientifico di riferimento l’Osservatorio Mil€x usa come standard la definizione di spesa militare dell’istituto di ricerca SIPRI di Stoccolma, globalmente considerato tra i più affidabili e rigorosi, eppure va notato che nonostante questa convergenza le stime riguardanti l’Italia possono essere anche decisamente differenti. Ciò avviene da un lato perché di norma il SIPRI considera stime di consuntivo, mentre la scheda specifica che avete fra le mani si concentra sul bilancio previsionale, dall’altro perché esiste ovviamente un diverso grado di accesso a documenti e cifre ufficiali del Bilancio dello Stato. In tal senso si può considerare più affidabile e precisa la stima di Mil€x in quanto è più semplice e diretto l’accesso a documentazione anche in lingua originale senza necessità di mediazione dei dipartimenti e uffici pubblici preposti.
Inoltre l’Osservatorio Mil€x non solo ha sviluppato in questi anni una capacità di analisi diretta affidabile delle documentazioni della Legge di Bilancio, ma è stato anche in grado elaborare alcuni meccanismi di conteggio per valutare parti della spesa militare che si possono desumere solamente per via indiretta (costi pensionistici, presenza di basi straniere sul territorio italiano, etc).
L’ultima sottolineatura importante prima di passare all’analisi dei dati è la già ricordata natura previsionale di questa stima, in quanto basata sulla documentazione della Legge di Bilancio votata dal Parlamento a fine 2019 e i cui capitoli e le cui allocazioni potrebbero quindi essere oggetto di variazioni da parte del Governo in corso d’anno. Ciò significa che la spesa militare reale del 2020 potrà, alla fine, anche differire di molto rispetto alle stime fornite con questo documento, ed anzi di norma è quello che succede: quasi sempre si riscontrano dei consuntivi più alti rispetto ai bilanci previsionali. Ciò sembrerebbe togliere valori ai dati che vengono qui forniti, che al contrario possiedono un interesse ed una rilevanza per nulla intaccati dalle considerazioni appena svolte. Ciò perché uno degli aspetti più importanti delle analisi che si conducono sulla spesa militare è anche la dinamica tendenziale, perché è in grado di fornire indicazioni sulle scelte politiche dei vari governi sul tema richiamando paragoni chiari fra vari bilanci. Riteniamo dunque opportuno continuare a fornire una valutazione approfondita della spesa militare previsionale, con una metodologia consolidata che la rende direttamente e pienamente comparabile con quella degli anni precedenti.
La stima della spesa militare italiana per il 2020
Ricordiamo che la metodologia di conteggio elaborata dall’Osservatorio Mil€x e derivante dalla già ricordata definizione SIPRI di spesa militare prevede che al Bilancio proprio del Ministero della Difesa vadano aggiunti anche capitoli di natura militare presenti in altri Ministeri, oltre che sottratti (totalmente o in parte) costi rientranti nello stesso Dicastero ma evidentemente con funzioni di natura non militare.
Nella Tabella seguente vengono quindi fornite le cifre di comparazione tra le previsioni per il 2019 e le previsioni per il 2020 delle voci di spesa selezionate secondo il criterio appena esposto. Vengono riportate in colore rosso le cifre che non sono ricomprese (in tutto o in parte) nella stima conteggiata da Mil€x.

Come si può notare con tutta evidenza la spesa militare previsionale 2020 registra un fortissimo aumento di oltre 1,5 miliardi di euro pari ad oltre il 6% in più su base annua, sia per la crescita diretta del bilancio proprio del Ministero della Difesa sia per il mantenimento di alti livelli di spesa di natura militare anche su altri Dicasteri. Continua ad essere in crescita la quota di investimento per nuovi sistemi d’arma proveniente dal Ministero per lo Sviluppo Economico (ormai arrivata a quasi tre miliardi) ma è soprattutto la decisa risalita degli investimenti per armi allocati sul bilancio della Difesa (circa 2,8 miliardi con un +40% rispetto al 2019) a portare i fondi a disposizione per acquisti di nuove armi ad un livello forse record di quasi 6 miliardi.
È importante notare che per carenza al momento di documentazione e dettagli affidabili sui trasferimenti pensionistici e la difficoltà insita nell’elaborazione di stime sulla specifica voce relativa alle basi internazionali presenti nel territorio italiano tali cifre specifiche sono state considerate come invarianti rispetto all’anno precedente. Una scelta di approssimazione che comunque permette di avere una stima realistica complessiva e non falsare il paragone di trend tra un anno e l’altro poiché si tratta di voci non sottoposte a variazioni repentine in quanto scelte e conseguenze di medio-lungo periodo.
Sono invece ancora da definire, e dunque non sono stati considerati in questa scheda di approfondimento, gli impatti sia su quest’anno che a livello pluriennale di alcuni programmi di investimento per sistemi d’arma annunciati in anni recenti, all’interno di Fondi più ampi predisposti dalla Presidenza del Consiglio dei ministri o di Fondi concertati tra il Ministero della Difesa e il Ministero per lo Sviluppo Economico. Rimandiamo a schede ed analisi successive la valutazione approfondita di questi specifici aspetti.
Infine, come pista di lavoro e conferma della già sottolineata tendenza ad avere una spesa consuntiva molto più alta del bilancio previsionale, è opportuno notare che la stesa documentazione ufficiale della Legge di Bilancio rileva su questo esercizio la presenza di residui presunti per il Ministero della Difesa pari a 1.007 milioni di euro. Che comportano poi autorizzazioni di cassa per 23.296 milioni e una cifra complessiva spendibile (residui più competenza) per il 2020 di 23.977 milioni. Cioè circa un miliardo tondo in più di quanto evidenziato nelle previsioni sopra riportate (ma che non è possibile attribuire “in toto” alla spesa militare perché potrebbe riguardare residui relativi ad esempio alle funzioni di polizia e controllo del territorio dei Carabinieri).

martedì 21 aprile 2020

Il NIST corregga la relazione del 2008 sul crollo del WTC 7

dalla pagina https://www.ae911truth.org/nist

Familiari delle vittime dell'11 settembre ed esperti di AE911Truth.org il 15 aprile scorso hanno presentato una richiesta di correzione all'Istituto Nazionale per Standard e Tecnologie (NIST) riguardo la relazione del 2008 sul crollo dell'Edificio 7 del World Trade Center.

La richiesta, che comprende oltre 100 pagine e 5 allegati tecnici, rappresenta una sfida senza precedenti alla relazione del NIST sulle cause del crollo di WTC 7.

[L'Edificio 7 - che crollò in verticale, sulla sua pianta, alle 17.20 dell'11 settembre 2001 in meno di 7 secondi, in caduta libera nei primi secondi - secondo al relazione NIST in questione sarebbe crollato a seguito di incendi di materiali da ufficio...]


mercoledì 8 aprile 2020

Il fuoco NON ha causato il crollo dell'Edificio 7 del World Trade Center l'11 settembre 2001

dalla pagina https://www.ae911truth.org/wtc7

WTC 7
Il 25 marzo scorso, ricercatori dell'Università dell'Alaska a Fairbanks [UAF] hanno presentato la relazione finale dello studio di modellistica, durato quattro anni, sul crollo dell'Edificio 7 del World Trade Center [WTC 7]. 

Il WTC 7 di 47 piani fu il terzo grattacielo ad essere completamente distrutto l'11 settembre 2001, crollando rapidamente [meno di 6,5 sec.] e simmetricamente sulla sua pianta alle 5:20 del pomeriggio. Sette anni dopo, investigatori dell'Istituto Nazionale per gli Standard e la Tecnologia (NIST) conclusero che WTC 7 fosse il primo grattacielo con una struttura in acciaio ad essere crollato solamente come risultato di normali incendi da ufficio.

Contrariamente alle conclusioni del NIST, il gruppo di ricerca dell'UAF dimostra che il crollo del WTC 7 l'11 settembre non fu causato da incendi ma piuttosto dal quasi simultaneo cedimento di ogni colonna portante nell'edificio".

Download: Final Report | Abstract
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Noi lo sapevamo già, ma per chi ancora credesse alla versione ufficiale, questa è una ulteriore dimostrazione scientifica, in aggiunta alle molte altre precedenti (caduta libera nei primi secondi, tracce di esplosivi - nanotermite, rumore di detonazioni, etc.) ...

Oltre 3200 architetti e ingegneri di AE911Truth.org da anni dichiarano che le Torri Gemelle (WTC 1 e 2) e l'Edificio 7 sono crollati con demolizioni controllate, che richiedono l'utilizzo di esplosivi e una accurata e lunga pianificazione, e chiedono - assieme ad oltre 26900 persone - una nuova inchiesta indipendente sugli eventi dell'11 settembre 2001.

martedì 7 aprile 2020

La Nato in armi per «combattere il coronavirus»

dalla pagina https://ilmanifesto.it/la-nato-in-armi-per-combattere-il-coronavirus/

L'arte della guerra. Mentre la Nato è impegnata a «combattere il coronavirus» in Europa, due dei maggiori Alleati europei, Francia e Gran Bretagna, inviano loro navi da guerra nei Caraibi




I 30 ministri degli Esteri della Nato (per l’Italia Luigi Di Maio), riunitisi il 2 aprile in videoconferenza, hanno incaricato il generale Usa Tod Wolters, Comandante Supremo Alleato in Europa, di «coordinare il necessario appoggio militare per combattere la crisi del coronavirus». È lo stesso generale che, al Senato degli Stati uniti il 25 febbraio, ha djchiarato che «le forze nucleari sostengono ogni operazione militare Usa in Europa» e che lui è «sostenitore di una flessibile politica del primo uso» delle armi nucleari, ossia dell’attacco nucleare di sorpresa. («Alla nostra salute ci pensa il dottor Stranamore», il manifesto, 24 marzo).
Il generale Wolters è comandante supremo della Nato in quanto capo del Comando Europeo degli Stati uniti. Fa quindi parte della catena di comando del Pentagono, che ha la priorità assoluta.
Quali siano le sue rigide regole lo conferma un recente episodio: il capitano della portaerei Roosevelt, Brett Crozier, è stato rimosso dal comando perché, di fronte al diffondersi del coronavirus a bordo, ha violato il segreto militare sollecitando l’invio di aiuti. Per «combattere la crisi del coronavirus» il generale Wolters dispone di «corridoi preferenziali per voli militari attraverso lo spazio aereo europeo», dove sono quasi scomparsi i voli civili.

Corridoi preferenziali vengono usati anche dai bombardieri Usa da attacco nucleare B2-Spirit: il 20 marzo, decollati da Fairford in Inghilterra, si sono spinti, insieme a caccia norvegesi F-16, fin sull’Artico verso il territorio russo. In tal modo – spiega il generale Basham vice-comandante delle Forze aeree degli Stati uniti in Europa – «possiamo rispondere con prontezza ed efficacia alle minacce nella regione, dimostrando la nostra risolutezza a portare ovunque nel mondo la nostra potenza di combattimento».
Mentre la Nato è impegnata a «combattere il coronavirus» in Europa, due dei maggiori Alleati europei, Francia e Gran Bretagna, inviano loro navi da guerra nei Caraibi. La nave da assalto anfibio Dixmund è salpata il 3 aprile da Tolone verso la Guyana francese per quella che il presidente Macron definisce «una operazione militare senza precedenti». denominata «Resilienza», nel quadro della «guerra al coronavirus». La Dixmund può svolgere la funzione secondaria di nave ospedale con 69 letti, 7 dei quali per terapie intensive.
Il ruolo primario di questa grande nave, lunga 200 m e con un ponte di volo di 5000 m2, è quello dell’assalto anfibio: avvicinatasi alla costa nemica, attacca con decine di elicotteri e mezzi da sbarco che trasportano truppe e mezzi corazzati. Caratteristiche analoghe, anche se su scala minore, ha la nave britannica RFA Argus, salpata il 2 aprile verso la Guyana britannica. Le due navi europee si posizioneranno nelle stesse acque caraibiche nei pressi del Venezuela dove sta arrivando la flotta da guerra – con le più moderne navi da combattimento litorale (costruite anche dall’italiana Leonardo per la US Navy) e migliaia di marines – inviata dal presidente Trump ufficialmente per bloccare il narcotraffico.
Egli accusa il presidente venezuelano Maduro di «approfittare della crisi del coronavirus per accrescere il traffico di droga con cui finanzia il suo narco-Stato». Scopo dell’operazione, appoggiata dalla Nato, è rafforzare la stretta dell’embargo per strangolare economicamente il Venezuela (paese con le maggiori riserve petrolifere del mondo), la cui situazione è aggravata dal coronavirus che ha iniziato a diffondersi.
L’obiettivo è deporre il presidente Maduro regolarmente eletto (sulla cui testa gli Usa hanno posto una taglia di 15 milioni di dollari) e instaurare un governo che porti il paese nella sfera di dominio Usa. Non è escluso che possa essere provocato un incidente che serva da pretesto per l’invasione del Venezuela. La crisi del coronavirus crea condizioni internazionali favorevoli a una operazione di questo tipo, magari presentata come «umanitaria».

martedì 31 marzo 2020

Manovre strategiche dietro la crisi del coronavirus

dalla paginhttps://ilmanifesto.it/manovre-strategiche-dietro-la-crisi-del-coronavirus/

L'arte della guerra. I paesi europei della Nato avvertiti da Washington: devono continuare ad aumentare i loro bilanci militari per «mantenere la capacità di difendersi». L’Italia dovrebbe quindi aumentare la propria spesa militare, già salita a oltre 26 miliardi di euro l’anno

Soldati statunitensi nella Nato


Mentre la crisi del Coronavirus paralizza intere società, potenti forze si muovono per trarre il massimo vantaggio dalla situazione. Il 27 marzo la Nato sotto comando Usa si è allargata da 29 a 30 membri, inglobando la Macedonia del Nord.
Il giorno dopo – mentre proseguiva l’esercitazione Usa «Difensore dell’Europa 2020», con meno soldati ma più bombardieri nucleari – è iniziata in Scozia l’esercitazione aeronavale Nato Joint Warrior con forze Usa, britanniche, tedesche e altre, che durerà fino al 10 aprile anche con operazioni terrestri.
Intanto i paesi europei della Nato vengono avvertiti da Washington che, nonostante le perdite economiche provocate dal Coronavirus, devono continuare ad aumentare i loro bilanci militari per «mantenere la capacità di difendersi», ovviamente dalla «aggressione russa».
Alla Conferenza di Monaco, il 15 febbraio, il segretario di stato Mike Pompeo ha annunciato che gli Stati uniti hanno sollecitato gli alleati a stanziare altri 400 miliardi di dollari per accrescere la spesa militare della Nato, che già supera ampiamente i 1.000 miliardi annui.
L’Italia deve quindi aumentare la propria spesa militare, già salita a oltre 26 miliardi di euro all’anno, ossia più di quanto il Parlamento abbia autorizzato a stanziare una tantum per l’emergenza Coronavirus (25 miliardi). La Nato guadagna così terreno in una Europa largamente paralizzata dal virus, dove gli Usa, oggi più che mai, possono fare ciò che vogliono.
Alla Conferenza di Monaco Mike Pompeo ha attaccato violentemente non solo la Russia ma anche la Cina, accusandola di usare la Huawei e altre sue compagnie quale «cavallo di Troia dell’intelligence», ossia quali strumenti di spionaggio. In tal modo gli Stati uniti accrescono la loro pressione sui paesi europei perché rompano anche gli accordi economici con Russia e Cina e rafforzino le sanzioni contro la Russia.
Che cosa dovrebbe fare l’Italia, se avesse un governo che volesse difendere i nostri reali interessi nazionali? Dovrebbe anzitutto rifiutare di accrescere la nostra spesa militare, artificiosamente gonfiata con la fake news della «aggressione russa», e sottoporla a una radicale revisione per ridurre lo spreco di denaro pubblico in sistemi d’arma come il caccia Usa F-35.
Dovrebbe togliere immediatamente le sanzioni alla Russia, sviluppando al massimo l’interscambio. Dovrebbe aderire alla richiesta – presentata il 26 marzo all’Onu da Cina, Russia, Iran, Siria, Venezuela, Nicaragua, Cuba e Nord Corea – che le Nazioni Unite premano su Washington perché abolisca tutte le sanzioni, particolarmente dannose nel momento in cui i paesi che le subiscono sono colpiti dal Coronavirus.
Dall’abolizione delle sanzioni all’Iran ne deriverebbero anche vantaggi economici per l’Italia, il cui interscambio con questo paese è stato praticamente bloccato dalle sanzioni degli Stati uniti.
Queste e altre misure darebbero ossigeno soprattutto alle piccole e medie imprese soffocate dalla forzata chiusura, renderebbero disponibili fondi da stanziare per l’emergenza, a favore soprattutto degli strati più disagiati, senza per questo indebitarsi. Il maggiore rischio è quello di uscire dalla crisi con al collo il nodo scorsoio di un debito estero che potrebbe ridurre l’Italia alle condizioni della Grecia.
Più potenti delle forze militari, quelle che hanno in mano le leve decisionali anche nel complesso militare-industriale, sono le forze della grande finanza internazionale, che stanno usando la crisi del Coronavirus per una offensiva su scala globale con le più sofisticate armi della speculazione.
Sono loro che possono portare alla rovina milioni di piccoli risparmiatori, che possono usare il debito per impadronirsi di interi settori economici. Decisivo in tale situazione è l’esercizio della sovranità nazionale, non quella della retorica politica ma quella reale che, sancisce la nostra Costituzione, appartiene al popolo.

sabato 28 marzo 2020

Emergenza coronavirus: il Governo concede all’industria delle armi di “auto-regolamentarsi” mentre stringe le maglie di economia e spostamenti personali

dalla pagina https://www.azionenonviolenta.it/emergenza-coronavirus-il-governo-concede-allindustria-delle-armi-di/

Comunicato di Campagna Sbilanciamoci! – 
Rete Italiana per il Disarmo – Rete della Pace
Nonostante gli accordi presi con le parti sociali la sera del 25 marzo, e le dichiarazioni successive agli incontri con i sindacati in cui veniva sottolineato come il Ministro della Difesa si fosse “impegnato a diminuire la produzione nel settore militare, salvaguardando solo le attività indispensabili” oggi scopriamo invece che il Governo continua a concedere uno status privilegiato all’industria della difesa e delle produzioni militari. Infatti mentre comprensibilmente, vista l’emergenza, vengono rafforzate le decisioni di limitazione agli spostamenti personali e vengono ulteriormente ridotte le categorie economiche e produttive che possono rimanere attive, il Governo concede ai produttori di armamenti di decidere autonomamente quali produzioni tenere aperte e quali no. Lo si legge nella comunicazione inviata alla “Federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza” (AIAD) a firma del Ministro della Difesa On. Lorenzo Guerini e del Ministro dello Sviluppo Economico On. Stefano Patuanelli.
Non viene quindi presa una decisione formale e obbligatoria da parte dell’Esecutivo ma le aziende a produzione militare, per tramite di AIAD, vengono invitate “in uno spirito di collaborazione e leale cooperazione” a considerare “l’opportunità che le società e le aziende federate all’interno di AIAD, nel proseguire la propria attività, possano concentrare l’operatività sulle linee produttive ritenute maggiormente essenziali e strategiche e, di contro, rallentare per quanto possibile l’attività produttiva e commerciale con riferimento a tutto ciò che non sia ritenuto, del pari, analogamente essenziale”.
Tutto questo andando a sottolineare come premessa che da parte del Governo Conte “sia stata ancora una volta riconosciuta la strategicità e, più in generale, l’apicale importanza, per il nostro Paese, delle imprese operanti nei suddetti settori industriali, imprese la cui attività produttiva, anche in un momento altamente critico e quello che stiamo affrontando, si è comunque deciso di tutelare appieno”. Una decisa e precisa scelta di campo, che ci pare tradisca anche lo spirito dell’accordo sottoscritto con le parti sociali.
In questo senso va sottolineato come, diversamente da quanto trapelato inizialmente, queste decisioni sull’apertura o meno dei siti produttivi non dovranno essere concordate con i sindacati né a livello nazionale né a quello territoriale. Il Governo si limita infatti ad esprimere “l’auspicio che  su tali decisioni e scelte possano essere debitamente coinvolte anche le diverse rappresentanze sindacali aziendali”.
La Rete italiana per il Disarmo, la Rete della Pace e la Campagna Sbilanciamoci! esplicitano il loro pieno disaccordo con questa linea di condotta e ribadiscono che in questo momento di emergenza non è possibile che all’industria militare venga – ancora una volta – riservato un trattamento speciale. Produrre armamenti non è certo strategico in questo momento e nemmeno necessario, perché sono altri i settori dell’economia che davvero garantiscono cura e servizi essenziali per il nostro Paese. Ribadiamo ancora una volta la nostra posizione che chiede l’immediato blocco in tutte le fabbriche che producono sistemi d’arma ed auspica con forza non solo lo spostamento di risorse dalla spesa militare a quella per sanità e welfare, ma anche una decisa iniziativa di riconversione dell’industria a produzione bellica verso aree produttive più utili per la vita, la salute, la sicurezza di tutti gli italiani.
Di nuovo sottolineiamo come risulti incomprensibile che sia considerato “strategico” e necessario continuare a far montare un’ala ad un cacciabombardiere o un cingolo ad un carro armato, con il rischio di far  contagiare i lavoratori addetti a queste attività. Riteniamo inaccettabile chiedere ai lavoratori un sacrificio così alto per una produzione che, oggi, non ha nulla di strategico ed impellente e costituisce solamente un favore all’industria bellica e al business del commercio di armamenti.
(vignetta di Mauro Biani)

venerdì 27 marzo 2020

Il virus della guerra

dalla pagina https://comune-info.net/il-virus-della-guerra/

Sergio Segio
26 Marzo 2020

Il sistema della guerra e la catena di enormi interessi che lo sorregge è concausa tra le principali di quella complessiva devastazione del Pianeta che, a sua volta, è corresponsabile anche della terribile pandemia da Coronavirus. Scrive Sergio Segio: “Tutto ciò ci sollecita a sperare che – e agire affinché – la pandemia in corso, oltre alle migliaia di morti e al disastro economico globale, almeno residui un soprassalto di consapevolezza su quello che va radicalmente cambiato nel nostro modo di vivere… Mai come in questi giorni è facile comprendere quanto i problemi siano inevitabilmente globali, a onta dei muri e delle fortezze, e come di conseguenza debbano esserlo le risposte”

Ph by U.S. Navy photo by Chief Mass Communication Specialist Michael B. Watkins / Public domain
La furia del coronavirus mostra la follia della guerra. Ecco perché oggi chiedo un cessate il fuoco globale e immediato in tutti gli angoli del mondo. È tempo di bloccare i conflitti armati e concentrarsi sulla vera lotta delle nostre vite. Alle parti in guerra dico: ritiratevi dalle ostilità». Non è Gino Strada che parla: la follia criminale della guerra, lui la denuncia e combatte da decenni; in questo caso, l’esortazione è stata invece lanciata con forza dal segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres.
Il sistema della guerra e la catena di enormi interessi che lo sorregge è concausa tra le principali di quella complessiva devastazione del Pianeta che, a sua volta, è corresponsabile anche della terribile pandemia da Coronavirus in corso. La catastrofe ecologica, prodotta dall’attività umana, dalle scelte politiche e dai crimini di sistema, si evidenzia in varie forme, tutte più distruttive. Come scrive il WWF in un recente report, molte delle malattie emergenti sono conseguenza indiretta dell’impatto sugli ecosistemi naturali.

La piovra militar-industriale

Il warfare è un sistema tentacolare e multiforme. Per comprenderne natura, estensione e attualità è utile risalire al secolo scorso, in particolare al secondo dopoguerra. Paradossalmente, la prima e più autorevole denuncia, rimasta nella storia, della sua articolazione e potere è venuta dal presidente di una delle nazioni che maggiormente alimentano e beneficiano di tale sistema: «Dobbiamo vigilare contro l’acquisizione di un’ingiustificata influenza da parte del complesso militare-industriale, sia palese che occulta. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre libertà e processi democratici»: così Dwight D. Eisenhower nel suo Discorso di addio alla nazione del 17 gennaio 1961. Essendo stato, prima che presidente degli Stati Uniti, anche generale, sapeva esattamente ciò di cui parlava e i pericoli che quel «complesso» rappresentava. E rappresenta.
Vi sono infatti due aspetti che lo rendono oggi assai più pericoloso rispetto a quell’epoca per le sorti della democrazia e della stessa umanità. Il primo è la sostanziale assenza, o meglio la debolezza del pensiero e della pratica di movimenti e di forze politiche organizzate pacifiste e antibelliche, invece ben più attivi e incisivi nel secolo scorso. Con eccezioni, lodevoli ma purtroppo episodiche e limitate manifestazioni: si pensi, da ultimo, al blocco nei porti delle navi utilizzate per trasportare armamenti in Arabia Saudita o le contestazioni alla produzione di bombe in Sardegna, destinate sempre all’Arabia Saudita che le impiega nella guerra contro lo Yemen. Un conflitto, cominciato esattamente cinque anni fa, il 25 marzo 2015 e definito dalle Nazioni Unite come uno dei peggiori disastri umanitari, di cui anche l’Italia ne è complice: si vedano qui i dati della produzione ed export bellico e le cifre delle vittime. Il lavoro, considerato o meno necessario, può talvolta essere anche un crimine.
Una seconda, e determinante, differenza è l’enorme sviluppo delle tecnologie da allora a oggi. Applicate al settore bellico, hanno moltiplicato a dismisura il potere, i profitti e le potenzialità distruttive di quel sistema.

La fantascienza è superata dalla realtà

Anche da questo punto di vista, oltre che da quello del controllo sociale totale, che vediamo in atto e che subiamo in questi giorni, la fantascienza è attualizzata e addirittura superata; il futuro (ma in parte già il presente) delle guerre è già stato immaginato, preparato, costruito. Somiglia terribilmente a quello visto in tanti film e perfino ne supera gli scenari. Basti pensare ai “robot assassini”, i Lethal Autonomous Weapons Systems, ovvero sistemi d’arma in grado di individuare e colpire bersagli, anche umani, in modo indipendente e senza l’autorizzazione da parte di una persona. L’intervento umano si limiterà, infatti, alla sola loro attivazione iniziale: dopo, sarà il sistema d’arma a selezionare e colpire in modo appunto autonomo gli obiettivi. Si configurerebbero così, oltre tutto, enormi e inediti problemi morali e giuridici.
Si tratta di armi che possono essere considerate l’evoluzione dei droni comandati a distanza. Ovvero di quegli strumenti che stanno venendo ora utilizzati per monitorare – in modo da poter eventualmente sanzionare i trasgressori – il rispetto delle regole di comportamento individuale fissate, e quasi giornalmente irrigidite, dai ripetuti decreti del presidente del Consiglio sulle misure di contrasto al Coronavirus. Ma, oltre che per controllo, ad esempio dei confini nella repressione dei migranti in fuga, i droni sono da tempo usati in diversi teatri di guerra, in particolar modo da parte degli Stati Uniti (e significativamente gestiti direttamente dalla CIA), che da parecchi anni mietono vittime, spesso civili, nei conflitti in corso in Africa e in Medio Oriente, attraverso il comando da remoto. Vengono usati, peraltro, anche nella vicina Libia, con partenza da territorio italiano, dalla base Nato di Sigonella. Secondo insistenti voci, naturalmente smentite dal ministero della Difesa, da lì sarebbe partito pure il drone Usa che, il 3 gennaio scorso, ha assassinato Qassem Soleimani, il comandante iraniano delle Guardie della Rivoluzione Islamica, rischiando di fare degenerare ulteriormente e irrimediabilmente il quadro internazionale.

La guerra batteriologica

Sempre fantascientifiche, ma solo in apparenza, essendo anche queste da tempo studiate e dunque potenzialmente preparate, sono le guerre batteriologiche. Non servivano certo il maldestro tentativo di strumentalizzazione politica da parte di Salvini del video di Tg Leonardo del 2015 o complottismi e idiotismi di varia natura per svelare una realtà, che, seppure non direttamente legata all’attuale pandemia, dovrebbe preoccupare tutti. Le ricerche su virus e batteri hanno possibili risvolti e utilizzi anche in campo bellico. Tanto più che la ricerca scientifica e quella militare hanno numerosi punti di contatto e sovrapposizione, con il fatto che la seconda ha possibilità di maggiori dotazioni finanziarie ed è favorita dalla maggiore segretezza.
Per fare solo uno dei tanti possibili esempi, l’autorevole rivista Science ha pubblicato uno studio su di un progetto di ricerca avanzata (finanziata con 45 milioni di dollari) gestita dall’agenzia del Pentagono Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency) denominata Insects Allies, Insetti alleati. Il direttore, Blake Bextine, ha dichiarato che si tratta di una misura pensata per proteggere l’agricoltura statunitense. Secondo Science potrebbe invece rivelarsi un’arma adatta a usi militari, in violazione della Convenzione internazionale sulle armi biologiche. Il programma, infatti, mira a disperdere virus infettivi geneticamente modificati progettati per alterare i cromosomi delle colture, utilizzando gli insetti per diffondere i virus alle piante, potenzialmente in grado dunque di distruggere la produzione alimentare di un Paese (Robert Guy Reeves, Silja Voeneky, Derek Caetano-Anollés, Reldon F. Beck, Christophe Boëte, Agricultural research, or a new bioweapon system?, “Science”, Vol. 362, Issue 6410, pp. 35-37, 5 ottobre 2018).
Sono scenari che erroneamente si potrebbero pensare avveniristici e futuribili; è invece già la realtà delle armi biologiche, di quelle genetiche e di quelle basate sull’intelligenza artificiale, cui si dedicano numerose agenzie di paesi e potenze diverse, sostenute da ingentissimi finanziamenti, protette dal segreto militare. Solo la Darpa è impegnata in circa 250 programmi.

Cambiare il sistema, dal basso

Tutto ciò ci sollecita a sperare che – e agire affinché – la pandemia in corso, oltre alle migliaia di morti e al disastro economico globale, almeno residui un soprassalto di consapevolezza su quello che va radicalmente cambiato nel nostro modo di vivere, nelle priorità che ci si danno e, soprattutto, nel modello sociale ed economico che determina la vita collettiva e le sorti comuni: mai come in questi giorni è facile comprendere quanto i problemi siano inevitabilmente globali, a onta dei muri e delle fortezze, e come di conseguenza debbano esserlo le risposte.
Non vi è certo da essere ottimisti. Rimanendo all’Italia, basti vedere che, almeno inizialmente, nel decreto sui lavori necessari sono stati inserite anche produzioni legate al bellico. Se il “complesso militar-industriale” (e finanziario, va ora aggiunto) è più potente che mai, se i governi ne sono espressione o ne sono succubi, occorre allora che l’alternativa venga pensata e costruita al basso. Perché è lì che si pagano da sempre, e pure oggi con la pandemia e la crisi globale, i maggiori prezzi.
Reagire, ribellarsi, costruire un modello e un futuro diverso, pacifico, rispettoso di diritti umani ed ecosistemi, è allora questione di autodifesa, assai concreta e vitale, non ideologica. È la sfida e scommessa di domani che bisogna cominciare a pensare oggi, pur dal chiuso delle nostre case o nei luoghi della costrizione al lavoro voluto necessario per decreto, quando invece è il reddito semmai a esserlo. E anche questo oggi dovrebbe essere più evidente a tutti.
Nel pensare e preparare quel futuro nuovo, ora, intanto, usciamo sui balconi a esigere la fine di ogni guerra, non a partecipare a riti patriottici. Consapevoli, con Friedrich Dürrenmatt, che «Patria, si fa chiamare lo Stato ogni qualvolta si accinge a compiere assassini di massa».

Sergio Segio è curatore dell’annuale Rapporto sui Diritti globali, edito da Ediesse.