martedì 5 novembre 2019

La Fiera della guerra

dalla pagina https://ilmanifesto.it/4-novembre-vedi-napoli-e-poi-muori/


Lo scorso giugno il governo Conte I ha «sbloccato» 7,2 miliardi di euro da aggiungere alla spesa militare. Lo scorso ottobre, nell'incontro del premier col Segretario generale della Nato, il governo Conte II ha assicurato l’impegno ad aumentare la spesa militare di circa 7 miliardi di euro a partire dal 2020 (La Stampa, 11 ottobre 2019).
Si sta così per passare da una spesa militare di circa 70 milioni di euro al giorno a una di circa 87 milioni di euro al giorno. Denaro pubblico sottratto a investimenti produttivi fondamentali, specie in regioni come la Campania, per ridurre la disoccupazione a partire da quella giovanile.
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4 Novembre, vedi Napoli e poi muori

L’arte della guerra. La «Fiera della guerra» è stata allestita con il preciso scopo di reclutare: il 70% dei giovani che vogliono arruolarsi vive nel Mezzogiorno, soprattutto in Campania e Sicilia dove la disoccupazione giovanile è del 53,6%
Napoli, e non Roma, è stata ieri al centro della Giornata delle Forze Armate. Sul Lungomare Caracciolo sono sfilati 5 battaglioni.
Ma il pezzo forte è stata l’area espositiva interforze, che ha richiamato per cinque giorni in Piazza del Plebiscito soprattutto giovani e bambini. Essi hanno potuto salire a bordo di un caccia, guidare un elicottero con un simulatore di volo, ammirare un drone Predator, entrare in un carrarmato, addestrarsi con istruttori militari, per poi andare al porto a visitare una nave da assalto anfibio e due fregate missilistiche.
Una grande «Fiera della guerra» allestita con un preciso scopo: il reclutamento. Il 70% dei giovani che vogliono arruolarsi vive nel Mezzogiorno, soprattutto in Campania e Sicilia dove la disoccupazione giovanile è del 53,6%, rispetto a una media Ue del 15,2%. L’unico che offre loro una occupazione «sicura» è l’esercito. Dopo le selezioni, il numero dei reclutati risulta però inferiore a quello necessario. Le Forze armate hanno bisogno di più personale, poiché sono impegnate in 35 operazioni in 22 paesi, dall’Europa orientale ai Balcani, dall’Africa al Medioriente e all’Asia. Sono le «missioni di pace» effettuate soprattutto là dove la Nato sotto comando Usa ha scatenato, con l’attiva partecipazione dell’Italia, le guerre che hanno demolito interi Stati e destabilizzato intere regioni. Per mantenere forze e armamenti adeguati – come gli F-35 italiani schierati dalla Nato in Islanda, mostrati dalla Rai il 4 novembre – si spendono in Italia, con denaro pubblico, circa 25 miliardi di euro annui. Nel 2018 la spesa militare italiana è salita dal 13° all’11° posto mondiale, ma Usa e Nato premono per un suo ulteriore aumento in funzione soprattutto della escalation contro la Russia.
Lo scorso giugno il governo Conte I ha «sbloccato» 7,2 miliardi di euro da aggiungere alla spesa militare. Lo scorso ottobre, nell’incontro del premier col Segretario generale della Nato, il governo Conte II ha assicurato l’impegno ad aumentare la spesa militare di circa 7 miliardi di euro a partire dal 2020 (La Stampa, 11 ottobre 2019).
Si sta così per passare da una spesa militare di circa 70 milioni di euro al giorno a una di circa 87 milioni di euro al giorno. Denaro pubblico sottratto a investimenti produttivi fondamentali, specie in regioni come la Campania, per ridurre la disoccupazione a partire da quella giovanile.
Ben altri sono gli «investimenti» fatti a Napoli. Essa ha acquistato un ruolo crescente quale sede di alcuni dei più importanti comandi Usa/Nato.
A Napoli-Capodichino ha sede il Comando delle Forze navali Usa in Europa, agli ordini di un ammiraglio statunitense che comanda allo stesso tempo le Forze navali Usa per l’Africa e la Forza congiunta Alleata (Jfc Naples) con quartier generale a Lago Patria (Napoli).
Ogni due anni il Jfc Naples assume il comando della Forza di risposta Nato, una forza congiunta per operazioni militari nell’«area di responsabilità» del Comandante Supremo Alleato in Europa, che è sempre un generale Usa, e «al di là di tale area». Nel quartier generale di Lago Patria è in funzione dal 2017 l’Hub di direzione strategica Nato per il Sud, centro di intelligence, ossia di spionaggio, concentrato su Medioriente e Africa. Dal comando di Napoli dipende la Sesta Flotta, con base a Gaeta, che – informa la vice-ammiraglia Usa Lisa Franchetti – opera «dal Polo Nord fino al Polo Sud».
Questo è il ruolo di Napoli nel quadro della Nato, definita dal presidente Mattarella, nel messaggio del 4 Novembre, «alleanza alla quale abbiamo liberamente scelto di contribuire, a tutela della pace nel contesto internazionale, a salvaguardia dei più deboli e oppressi e dei diritti umani».

domenica 3 novembre 2019

F-35, un’ora di volo costa 40mila euro. Ma davvero ‘Giuseppi’ li compra?

dalla pagina https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/10/09/f-35-unora-di-volo-costa-40mila-euro-ma-davvero-giuseppi-li-compra/5501873/

Toni De Marchi

Quando qualche giorno fa ho letto che sei caccia F-35 italiani erano stati rischierati in Islanda per una missione di air policing, una vocina dentro di me ha cominciato ad agitarsi. “Poffardio” esclamò (non fateci caso, è una vocina alquanto depassée) “perché mai mandano gli F-35?”. Air policing, in italiano “sorveglianza dello spazio aereo” secondo la pubblicazione dello Stato maggiore Difesa Smd-G-024 Glossario dei termini e delle definizioni, si fa con aerei intercettori e non con cacciabombardieri. Gli F-35 sono aerei da attacco, non da difesa.
L’Aeronautica militare italiana per proteggere i cieli da eventuali incursioni usa infatti gli Eurofighter Typhoon. Tant’è che per la precedente missione italiana in Islanda, svoltasi dall’11 marzo di quest’anno, furono inviati infatti sei Typhoon. E gli F-35 sono assegnati al 32° Stormo di Foggia-Amendola, la cui missione secondo il sito ufficiale dell’Ami è “acquisire e mantenere le capacità di effettuare operazioni di attacco, combinate e di supporto alle forze di superficie contro obiettivi relativi alle forze e al potenziale bellico nemico”. Operazioni di attacco; di difesa aerea non si parla proprio. A meno che non ci sia un piano segreto ordito assieme a Donald Trump di bombardare le foche della Groenlandia per aver rifiutato l’offerta di farsi comperare assieme a tutti gli inuit.
Tra l’altro è ben singolare che per una missione certamente critica come la difesa dello spazio aereo islandese (l’isola è piena di geyser e vulcani, ma non ha forze armate) si usi un aereo che ancora non ha la cosiddetta Foc, Full Operational Capability, la piena capacità operativa. Gli F-35 italiani hanno acquisito finora solo una “capacità operativa iniziale” (Ioc), ufficialmente a novembre 2018. E anche questa Ioc è sembrata più un’operazione di pubbliche relazioni che altro. L’Aeronautica è disperatamente alla ricerca di “buona stampa” per vendere i suoi F-35 al governo e al Parlamento. E allora moltiplica gli annunci per indurre i giornali a parlarne contando sulla duplice propensione italica all’approssimazione spannometrica e all’ossequio.
Marketing che fa invece molto comodo alla Lockheed-Martin, che gli F-35 li costruisce, e a favore della quale la stessa Aeronautica è disposta a infliggere (all’Italia, alias sistema Paese come va di moda dire) dolorosi martellamenti à la Tafazzi. Come quando inviò un F-35 in Belgio per fare propaganda all’aereo americano, proprio mentre era in corso una valutazione con l’Eurofighter, caccia costruito in Italia, al cui progetto il nostro Paese partecipa a pieno titolo e non solo come assemblatore e subcontraente. Evidentemente fare i piazzisti per conto terzi rende felice qualcuno dalle parti nostre.
Ma c’è anche un’altra ragione per cui i sei F-35 avrebbero fatto meglio a restare a casa: i loro costi terrificanti. Non parlo tanto dei costi di acquisto. Ormai li abbiamo e ce li teniamo. Quanto piuttosto dei costi operativi. Durante una recente audizione al Congresso di Washington, il vice-ammiraglio Mat Winter, uno dei dirigenti del programma F-35, ha rivelato che il costo per ora di volo del caccia è di 44mila dollari, 40mila euro al cambio odierno. Il mitico italiano medio (quello dei polli di Trilussa per capirci: se nun entra nelle spese tue, /t’entra ne la statistica lo stesso/perch’è c’è un antro che ne magna due) guadagna 28.500 euro lordi l’anno, ma poi ci dovrebbe anche pagare le tasse. Cioè un italiano molto fortunato perché lavora e guadagna uno stipendio (una rarità di questi tempi) in un anno incassa l’equivalente di 43 minuti e 45 secondi di volo del caccia delle meraviglie così amato dal sottosegretario pentastellato alla Difesa Angelo Tofalo.
Mi stavo dunque chiedendo del perché di queste scelte di così terrificante controsenso comune (la casalinga di Voghera lo farebbe? Ovviamente no, anche se fosse leghista), quando è arrivata la risposta grazie a un retroscena del Corriere della Sera non completamente smentito, secondo cui il nostro presidente del Consiglio si sarebbe impegnato a completare il programma F-35. Vedi i miracoli che può fare un Giuseppi dal sen fuggito.
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sabato 2 novembre 2019

Le milizie afghane della Cia «squadroni della morte»

dalla pagina https://ilmanifesto.it/le-milizie-afghane-della-cia-squadroni-della-morte/

Afghanistan. Il rapporto di Human Rights Watch accusa di crimini di guerra i gruppi armati, formati e controllati dall'intellingence statunitense. Negli ultimi due anni hanno commesso esecuzioni sommarie e sparizioni forzate di civili: «Vanno disarmate»



Quattordici casi documentati e 53 pagine di rapporto fanno luce sulle tenebre delle notti afghane in cui paramilitari locali, che rispondono alla Cia, si sono macchiati di gravi abusi e crimini di guerra. Piomba sull’incerto paesaggio politico e militare dell’Afghanistan un rapporto di Human Rights Watch, accurato e impietoso, che disegna quanto avvenuto negli ultimi due anni, tra fine 2017 e metà 2019: in parte gli anni del negoziato di pace ora nelle secche mentre il Paese è alle prese con l’incertezza delle ultime elezioni presidenziali avvelenate dalle reciproche accuse di brogli tra candidati.
Il rapporto “They’ve Shot Many Like This”: Abusive Night Raids by CIA-Backed Afghan Strike Forces, reso noto ieri, sostiene che milizie locali appoggiate dalla Cia hanno commesso «esecuzioni sommarie e altri gravi abusi impunemente, ucciso illegalmente civili durante i raid notturni, fatto scomparire detenuti, attaccato strutture sanitarie perché si riteneva curassero ribelli».
Le vittime civili di queste incursioni accompagnate da raid aerei americani – aggiunge il rapporto – sono aumentate notevolmente negli ultimi due anni. Se si dovesse arrivare a un accordo politico, conclude Hrw, il futuro governo dovrà disarmare ogni tipo di milizia, compresi i paramilitari che rispondono teoricamente all’intelligence del Paese ma che sono «in gran parte reclutati, formati, equipaggiati e controllati dalla Cia».
Funzionari, società civile, attivisti locali, operatori sanitari afghani e stranieri, giornalisti e anziani «hanno descritto incursioni abusive e attacchi aerei indiscriminati quotidiani nella vita di molte comunità, spesso con conseguenze devastanti». Un diplomatico le ha definite operazioni da «squadroni della morte».
Il rapporto mette il dito nella piaga del lato più oscuro della guerra e arriva a pochi giorni dalle dichiarazioni di Hamdullah Mohib, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Ashraf Ghani. Mohib ha fatto sapere che, se finora non c’erano precondizioni per il dialogo con i Talebani, ora le cose sono cambiate: serve almeno un mese di cessate il fuoco «per verificare che i Talebani controllino davvero i comandanti» militari. Il movimento, accusa Mohib, non è unitario.
Richiesta bizzarra e inaspettata, che complica ulteriormente il compito di Zalmay Khalilzad, l’inviato del presidente Donald Trump che deve far ripartire i negoziati con gli studenti coranici, interrotti a sorpresa da Trump il 7 settembre, quando la firma dell’accordo negoziato a Doha sembrava imminente.
Oltre che a Kabul, l’inviato Usa ha ripreso a girare per le capitali della regione, alla ricerca di un consenso sul processo di pace. Sulla carta tutti si dicono d’accordo. Così i rappresentanti dei governi di Stati uniti, Ue, Francia, Germania, Italia e Regno unito, che il 22 ottobre in un comunicato congiunto hanno incoraggiato la ripresa dei colloqui. E sollecitato il governo a nominare la delegazione che dovrà incontrare i Talebani nel prossimo dialogo «intra-afghano» da tenersi a Pechino tra qualche giorno, dopo quello dello scorso luglio a Doha.
Difficile che la richiesta venga accolta in fretta: a Kabul e nel Paese si aspettano ancora i risultati preliminari delle elezioni presidenziali del 28 settembre. Sarebbero dovuti arrivare a metà ottobre, ma arriveranno il 14 novembre. I due candidati principali, il presidente Ghani e il primo ministro Abdullah Abdullah si dicono entrambi convinti di aver vinto.
La commissione elettorale, intanto, ha rivisto le stime: al voto sarebbero andati meno di due milioni di cittadini. Su 30 milioni di abitanti.

giovedì 31 ottobre 2019

Video: "Risolvere il mistero dell'edificio 7"


video
Questo video del 2011 dichiara che 1500 ingegneri e architetti erano convinti che l'Edificio 7 del World Trade Center sia crollato, nel pomeriggio dell'11 settembre 2001, in seguito a una demolizione controllata. E una demolizione controllata non si improvvisa in poche ore... 
Oggi gli ingegneri e architetti che ne sono convinti e chiedono una nuova indagine sono oltre 3000

A loro si sono aggiunti - e continuano ad aggiungersi gradualmente - cittadini di vari Paesi, parenti delle vittime, vigili del fuoco, piloti, scienziati... 

Qui a destra- scorrendo in giù - trovi libri, video, dvd relativi all'11 settembre 2001.



martedì 29 ottobre 2019

IL CALIFFO: FILM CIA TRA FICTION E REALTA'

dalla pagina https://www.change.org/p/la-campagna-per-l-uscita-dell-italia-dalla-nato-per-un-italia-neutrale/u/25269762

video https://youtu.be/U30o2dTMWXU

29 OTT 2019 — 

DIETRO LA MASCHERA ANTI-ISIS, VIDEO DI SCOTTANTE ATTUALITA', PUBBLICATO SU PANDORA TV IL 1° FEBBRAIO 2016:  MOSTRA LE PROVE DI COME GLI USA E LA NATO HANNO SOSTENUTO E ARMATO L'ISIS.
Manlio Dinucci
«È stato come guardare un film», ha detto il presidente Trump  dopo aver assistito alla eliminazione di Abu Bakr al Baghdadi, il Califfo capo dell’Isis, trasmessa nella Situation Room della Casa Bianca. Qui, nel 2011, il presidente Obama assisteva alla eliminazione dell’allora nemico numero uno,  Osama Bin Laden, capo di Al Qaeda. 
Stessa sceneggiatura: 
  • i servizi segreti Usa avevano da tempo localizzato il nemico; 
    questi non viene catturato ma eliminato: Bin Laden è ucciso, al Baghdadi si suicida o è «suicidato»; 
    il corpo sparisce: quello di Bin Laden è sepolto in mare, i resti al Baghdadi disintegrato dalla cintura esplosiva sono anch’essi dispersi in mare. 
Stessa casa produttrice del film: la Comunità di intelligence, formata da 17 organizzazioni federali. Oltre alla Cia (Agenzia centrale di intelligence) vi è la Dia (Agenzia di intelligence della Difesa), ma ogni settore delle Forze armate, così come il Dipartimento di stato e quello della Sicurezza della patria, ha un proprio servizio segreto. 
Per le azioni militari la Comunità di intelligence usa il Comando delle forze speciali, dispiegate in almeno 75 paesi, la cui  missione ufficiale comprende, oltre alla «azione diretta per eliminare o catturare nemici», la «guerra non-convenzionale condotta da forze esterne, addestrate e organizzate dal Comando». 
È esattamente quella che viene avviata in Siria nel 2011, lo stesso anno in cui la guerra Usa/Nato demolisce la Libia. Lo dimostrano documentate prove, già pubblicate sul manifesto. 
Ad esempio, nel marzo 2013  il New York Times pubblica una dettagliata inchiesta sulla rete Cia attraverso cui arrivano in Turchia e Giordania, con il finanziamento di Arabia Saudita e altre monarchie del Golfo, fiumi di armi per i militanti islamici addestrati dal Comando delle forze speciali Usa prima di essere infiltrati in Siria. 
Nel maggio 2013, un mese dopo aver fondato l’Isis, al Baghdadi incontra in Siria una delegazione del Senato degli Stati uniti capeggiata da John McCain, come risulta da documentazione fotografica. 
Nel maggio 2015 viene desecretato da Judicial Watch un documento del Pentagono, datato 12 agosto 2012, in cui si afferma che c’è «la possibilità di stabilire un principato salafita nella Siria orientale, e questo è esattamente ciò che vogliono i paesi occidentali, gli stati del Golfo e la Turchia che sostengono l’opposizione». 
Nel luglio 2016 viene desecretata da Wikileaks una mail del 2012 in cui la segretaria di stato Hillary Clinton scrive che, data la relazione Iran-Siria, «il rovesciamento di Assad costituirebbe un immenso beneficio per Israele, facendo diminuire il suo timore di perdere il monopolio nucleare». 
Ciò spiega perché, nonostante gli Usa e i loro alleati lancino nel 2014 la campagna militare contro l’Isis, le forze dell’Isis possono avanzare indisturbate in spazi aperti con lunghe colonne di automezzi armati. 
L’intervento militare russo nel 2015, a sostegno delle forze di Damasco, rovescia le sorti del conflitto. Scopo strategico di Mosca è impedire la demolizione dello Stato siriano, che provocherebbe un caos tipo quello libico, sfruttabile da Usa e Nato per attaccare l’Iran e accerchiare la Russia.  
Gli Stati uniti, spiazzati, continuano a giocare la carta della frammentazione della Siria, sostenendo gli indipendentisti curdi, per poi abbandonarli per non perdere la Turchia, avamposto Nato nella regione. 
Su questo sfondo si capisce perché al Baghdadi, come Bin Laden (già alleato Usa contro la Russia nella guerra afghana), non poteva essere catturato per essere pubblicamente processato, ma doveva fisicamente sparire per far sparire le prove del suo reale ruolo nella strategia Usa. 
Per questo a Trump è piaciuto tanto il film a lieto fine.
(il manifesto, 29 ottobre 2019) 

sabato 26 ottobre 2019

29/10: "Donne, Diritti Umani e Processi di Pace"


Questo incontro di Vicenza è inserito nel progetto “Donne Diritti Umani e Processi di Pace” che sostiene l’attuazione del Terzo Piano d’Azione Nazionale dell’Italia su “Donne Pace Sicurezza” (2016-2019) nei suoi aspetti più innovativi e originali, che riguardano il ruolo delle donne e della società civile nella promozione della pace e dei diritti umani nelle aree di conflitto e post conflitto, per la piena espressione del potenziale trasformativo della Risoluzione 1325 “Donne Pace Sicurezza” del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
A tal fine, il progetto si articola in una pluralità di attività: formazione, informazione e comunicazione attraverso iniziative ed eventi che si svolgono in diverse aree del territorio nazionale, con il coinvolgimento di partner attivi a livello locale per la promozione dei diritti umani e della pace.
Il progetto è sostenuto dalle principali organizzazioni impegnate in attività di protezione e peacebuilding in aree di conflitto.
Il progetto è promosso dal Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” dell’Università di Padova e dal Centro Studi Difesa Civile, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Nota Bene: per motivi organizzativi si prega cortesemente di comunicare il proprio interesse e la partecipazione


Informazioni e Comunicazioni a: casaperlapace@gmail.com / tel. 0444 327395